Occupazione cinese in Tibet

di Vito Verna 1

Revisione storica dell'occupazione cinese in Tibet.

Negli ultimi 15 giorni, come informano da Lhasa, le proteste tibetane contro l’occupazione cinese si sarebbero intensificate e ben 2 monaci, un uomo ed una donna, si sarebbero dati fuoco trovando la morte.

Simili atti drammatici, purtroppo, sono ormai in continua espansione e, infatti, soltanto nel 2011 sarebbero ben 5 i monaci morti a seguito del gesto simbolico di darsi fuoco, mentre altri 5 sarebbero stati salvati in extremis.

MONACO TIBETANO BRUCIATO VIVO

La situazione, dunque, diviene di ora in ora più scottante e, se in passato spiragli di apertura da parte dei due governi parrebbero esserci stati, oggi è molto probabile che qualsiasi rapporto tra Lhasa e Pechino venga reciso di netto.

Per capire gli eventi odierni, però, è necessario ricorrere alla storia e noi, brevemente, vogliamo riassumere gli avvenimenti che hanno portato al configurarsi della situazione attuale.

OCCUPAZIONE CINESE IN TIBET

L’occupazione cinese del territorio tibetano cominciò, pacificamente, in seguito alla proclamazione, da parte di Mao Zedong, della Repubblica Popolare Cinese che, l’anno successivo, precisamente il 6 settembre 1950, invase i territori del Kahm occidentale, territorio di confine indipendente ma posto sotto l’egida del governo di Lhasa.

La situazione precipitò, però, soltanto l’anno successivo quando, a Pechino, venne firmato l’Accordo dei 17 punti tra le autorità cinesi e quelle tibetana.

L’accordo, in realtà mai entrato in vigore a causa di alcuni cavilli burocratici che ne sancirono l’invalidità giuridica, prevedeva che i cinesi non avrebbero invaso il resto del Tibet ne sarebbero entrati nel merito della politica interna del paese confinante, soltanto se i tibetano si fossero attivati affinché il territorio tibetano venisse un giorno considerato quale una vera e propria provincia cinese.

L’accordo, che fu visto dai più intransigenti quale un vero e proprio ricatto, scatenò le ire della popolazione tibetana che, nel 1959, diede vita ad un’imponente protesta, sedata con sangue, che provocò la morte o la deportazione di oltre 150.000 tibetano.

A questi eventi seguirono, nell’ordine, la fuga del Dalai Lama e del governo tibetano in India, e la rivoluzione culturale del 1966 – 1976 che, in soli 10 anni, distrusse la maggior parte delle opere storiche, culturali ed artistiche del Tibet cercando di rimpiazzarle con la storia, la cultura e l’arte cinese.

Da allora la situazione è quella attuale e, nonostante gli sforzi del governo tibetano in esilio per rendere nota, all’opinione pubblica nonché alle istituzioni sovranazionali, la situazione, nulla o poco è stato fatto per definire i confini delle due realtà.

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