Roma al ballottaggio. L’insostenibile prezzo della rinuncia al voto

di Gianni Puglisi Commenta

Ci sono cose che si fanno “in due”, nel senso di una reciproca presenza ma anche responsabilità, e decidere di non esserci – in questo caso, di astenersi dal votare – significa continuare a non avere voce in capitolo.

Deplorare non basta. Essere scontenti non basta. Perché il fatto che, chiunque vinca il ballottaggio del 17 e 18 ottobre, il futuro Sindaco debba cominciare dalle pulizie rimane cosa desolante. E c’è di più, perché questa volta a essere in gioco è la democrazia stessa.

Roma ha perso almeno 5 anni tra promesse non mantenute, problemi aggravati invece che risolti, malaffare persino sui rattoppi delle troppe buche, burocrazia sempre maggiore, danni a non finire e, in generale, assenza di una visione e di un metodo. Tant’è che, a voler fare tutto quello che c’è da fare, invece di un solo mandato ce ne vorrebbero due – cosa peraltro prevista sia nel programma del candidato di centrosinistra, che include alcune azioni immediate e progetti di più lungo respiro, sia nel programma del candidato di centrodestra, che parte come visione dal bisogno di “intercettare i trend della globalizzazione” e chiude con una Roma “Capitale della bellezza” nel mondo – anche se prima bisognerebbe provvedere all’igiene urbana, ai ratti, ai pochi e mal tenuti mezzi pubblici e soprattutto alle voragini (quest’ultime, anche nel bilancio comunale).

Fatto sta che il futuro della Città, più che dai cittadini che andranno a votare, sarà deciso da quanti rimarranno a casa. Alle comunali del 2016 aveva votato il 57% dell’elettorato romano: quasi 4 cittadini su 10 disertarono le urne – e ricordiamo com’è andata? Quasi 400 milioni di soldi pubblici spariti chissà dove, per mano di un’amministrazione che gridava all’onestà e alla moralizzazione di tutti e di tutto ma che già nel primo anno ne aveva inghiottiti 167. Tre drammatici primati, e tutti di quest’anno – “Capitale mondiale della sporcizia”, “Capitale europea dei crolli e delle voragini”, “città più congestionata d’Italia” – tant’è che le tre priorità indicate dai romani sono rifiuti, trasporti e degrado (compreso quell’enorme, storico e una volta bellissimo verde pubblico), seguite a grande distanza dal ripristino dell’immagine della Città, la criminalità, il rilancio dell’economia, i campi rom e gli investimenti internazionali legati ai grandi eventi. Infine, ma solo in ordine di tempo, il grande scempio dei pini di Roma, icona e simbolo della Città, abbattuti invece che curati – e sorvoliamo sui bus in fiamme, le colate di asfalto sui sampietrini del Lungotevere o i cinghiali.

Se un giardino o un orto viene abbandonato, avanzano le erbacce. Se un quartiere viene ignorato, s’instaura il degrado. Se una città viene lasciata al nulla, deborda la criminalità. Come diceva Edmund Burke, “perché il Male trionfi, è sufficiente che i buoni rinuncino all’azione” – e le notizie di questi giorni, tra aggressioni e devastazioni, ne sono una drammatica conferma.

Vogliamo sperare che, domenica 17 e lunedì 18 ottobre, l’altra metà dei romani decida di superare stanchezza e sfiducia. Per non finire un’altra volta in mani improvvisate e incompetenti, per non subire più le decisioni altrui, per dare una possibilità al progetto migliore e risarcire se stessi e la Città.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non verrà pubblicato.

You may use these HTML tags and attributes: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>