Slitta la riforma della scuola, troppa carne sul fuoco di Renzi?

di Alba D'Alberto Commenta

Alla fine di agosto, per il governo Renzi, si tirano le somme e si scopre che tra i tanti impegni presi con gli elettori, ci sono ancora moltissimi ritardi. Tanto fumo con le riforme importanti, quella della scuola e quella della giustizia, ma pochissimo arrosto se si pensa che il primo testo è incompleto e che s’inizierà l’anno scolastico alla vecchia maniera. Il dossier sulla scuola doveva essere oggi sul tavolo del Consiglio dei ministri ma Matteo Renzi, dopo aver incontrato al Quirinale il presidente Napolitano, ha deciso di far slittare proprio la riforma scolastica privilegiando il nodo Giustizia e i punti più complessi dello Sblocca Italia.

Il MIUR però, nel frattempo aveva lavorato presentando nuove idee e più sistematizzate per la scuola alla maniera del premier. Le solite slide di presentazione per annunciare una rivoluzione che poi tanto rivoluzione non è. Stando alle notizie trapelate da palazzo Chigi siamo di fronte ad una riorganizzazione del personale piuttosto che ad una modifica del sistema.

La riforma della scuola finora non ha prodotto né decreti né disegni di legge e per quanto riguarda coperture e finanziamenti si dovrà attendere la legge di Stabilità del prossimo autunno, quindi si dovrà aspettare la prossima manovra economica. L’anno scolastico alle porte inizierà come al solito.

Si parla comunque di un punto cruciale della riforma, vale a dire la stabilizzazione dei precari in un tempo ridotto da uno a tre anni. Il ministero dell’Economia ha già fatto sapere che per fare un’operazione del genere non ci sono i fondi, né ora né tanto meno con questa scaletta così pressante.

Matteo Renzi risponde – ormai è un classico – tramite tweet tranquillizzando i docenti: la riforma ha le coperture finanziare ma se ne parlerà in un secondo momento perché non deve essere la solita riforma che cala dall’altro. Dall’urgenza di stabilizzare i precari in tre anni al massimo, siamo arrivati in due giorni alla volontà di fare una scuola “partecipata”, discussa con le famiglie, gli studenti, gli insegnanti per molti mesi. C’è confusione sui tempi, sui modi e sulla fattibilità di questa rivoluzione.

Restano in attesa di conoscere la loro sorte i supplenti di professione che devono accontentarsi di una promessa: gli stipendi saranno in parte per il lavoro svolto, in parte per il merito, quindi per la partecipazione alla vita scolastica e ai percorsi di aggiornamento. I presidi restano in attesa della maggiore autonomia vaticinata da Renzi che promette di fargli gestire i loro gruzzoletti e il reclutamento degli insegnanti.

E i ragazzi? Per loro si cambieranno i programmi ma se parlerà dopo tutta la “rivoluzione”. Di base c’è la volontà d’insistere su inglese, geografia, storia dell’arte e musica, già dalle elementari. Un modo per invitare i ragazzi ad imparare un’arte, scegliere un posto, possibilmente anglofono e andarci a vivere lontano dal paese delle riforme?

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