Le parole di Trump sull’Iran stanno avendo effetti sul terremoto finanziario nel mondo

Le piazze finanziarie globali stanno attraversando una fase di estrema volatilità a seguito dell’ultimo discorso alla nazione del Presidente statunitense Donald Trump. Invece di dissipare i dubbi degli investitori, le parole della Casa Bianca sulla crisi in Iran hanno alimentato un clima di profonda incertezza, innescando una reazione a catena che ha colpito simultaneamente listini azionari e mercati delle materie prime.

terremoto finanziario

Effetto Trump sull’Iran e sul terremoto finanziario nel mondo

Il terremoto finanziario è partito dall’Oriente, dove la chiusura delle contrattazioni ha registrato perdite pesanti. Il pessimismo degli investitori si è abbattuto con forza su Seul, che ha guidato i ribassi con un crollo dell’indice generale pari al 4,47%. Non è andata meglio a Tokyo, con il Nikkei in calo del 2,40%, mentre Sidney e i principali listini cinesi, inclusi Shanghai e Hong Kong, hanno terminato la seduta in territorio negativo.

La fuga dal rischio riflette il timore di un’escalation militare che potrebbe destabilizzare i flussi commerciali globali. L’ondata di vendite si è propagata rapidamente alle Borse europee, che hanno inaugurato la giornata con aperture nettamente inferiori alla parità.

Francoforte si è confermata la maglia nera del Vecchio Continente, con il Dax in ribasso dell’1,49%, tallonata da Parigi. A Piazza Affari, l’indice Ftse Mib ha segnato una flessione dell’1,2%. All’interno del listino milanese, si osserva un andamento a due velocità. Per quanto riguarda il settore industriale e tech ci sono state pesanti perdite per Avio (-4%) e Stm (-3,5%).

Mentre il settore bancario si è ritrovato nettamente sotto pressione a causa dell’instabilità generale. In controtendenza risulta essere il settore energetico, con Eni che ha fatto segnalare un +3%, che beneficia direttamente dell’impennata del costo delle risorse energetiche. Il dato più allarmante riguarda il comparto energetico.

Il Brent è balzato del 4,9%, superando la soglia psicologica dei 106 dollari al barile. A pesare è il silenzio di Trump sulla riapertura dello Stretto di Hormuz, uno snodo vitale per il transito di petrolio e gas. La mancata menzione di una soluzione diplomatica fa temere blocchi prolungati o, peggio, attacchi alle infrastrutture. Paradossalmente, in questo scenario di crisi, i beni rifugio tradizionali non hanno brillato: l’oro ha ceduto il 2% ($4.718,70 l’oncia) e l’argento è crollato del 4,9%.

Questa dinamica suggerisce che la liquidità venga drenata per coprire le perdite nei portafogli azionari, in un contesto dove l’unica certezza sembra essere l’instabilità. Non ci sono quindi rassicurazioni per i mercati e a questo punto si continuerà a navigare nell’incertezza più assoluta anche nelle prossime settimane.

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