aereo alitalia


Mentre gli “scioperi bianchi” avviati spontaneamente da piloti e assistenti di volo stanno paralizzando il traffico aereo, e mentre si attende con preoccupazione il primo sciopero effettivo dei proclamati quindici giorni da parte delle sigle autonome degli stessi lavoratori, sulla travagliatissima questione CAI-Alitalia si abbatte un’altra tegola.

Una tegola che non sorprende nessuno, peraltro, poiché era stata messa in conto ormai da settimane, ma non per questo i suoi effetti sono meno dolorosi. Si tratta della pre-annunciatissima bocciatura da parte della Corte di Giustizia di Bruxelles del cosiddetto “prestito-ponte” pari a trecento milioni di euro che lo Stato aveva fornito a settembre all’Alitalia per continuare a garantire il proprio funzionamento fino al momento del decollo della nuova compagnia.

Ma per le autorità europee il prestito costituisce un illegittimo aiuto di Stato, tale da violare la concorrenza (perché le altre compagnie europee non godono di altrettanti supporti da parte delle autorità statali), e quindi deve essere restituito al bilancio statale.


Ma chi lo dovrà restituire? Sembra ormai certo che, allorquando la società si sdoppierà in due, il debito non ricadrà sulla CAI ma sulla “bad company” di cui Augusto Fantozzi curerà la liquidazione.
E le prospettive sono nere. Si calcola che il passivo della società si aggiri fra l’uno e i due miliardi di euro, laddove l’attivo – anche comprendendo le somme che la CAI verserà per rilevare la maggior parte degli asset – sarà a malapena pari a qualche centinaio di milioni.


Ma non basta: il decreto che assegnò tale prestito stabilì che tale debito è “postergato”, ossia tutti gli altri creditori saranno privilegiati nella restituzione.
Insomma, il morale della favola è che, a meno di un miracolo, quei soldi non saranno mai restituiti allo Stato e non potranno che pesare sulle tasche dei contribuenti.

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