L’Italia ha perso la fiducia

di Vito Verna 1

I problemi di credibilità finanziaria italiana derivano non già dall'innegabilmente negativa situazione economica bensì dal frazionamento interno al governo che, secondo gli attori internazionali, non sarebbe più in grado di tenere sotto controllo i conti pubblici.

Il tema caldo di questi giorni, che sta scuotendo le piazze, le strade i convegni e qualunque altro luogo nei quale si ritrovino politici ed economisti italiani, è sicuramente quello della grave situazione economico-finanziaria nella quale versa il Bel Paese, incapace, nonostante ne abbia i mezzi, di uscire da una crisi che, venissero accantonati i frazionamenti tipici della politica italiana, potrebbe essersi già risolta grazie all’adozione di misure efficaci, condivisibili e condivise dalla totalità delle istituzioni nonché della popolazione.

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Parliamoci chiaro. Nessuno si sognerebbe mai di negare che i problemi italiani siano un’invenzione della stampa estera sostenuta dalle dichiarazioni delle più importanti agenzie di rating. Il problema del debito italiano è pressante e presente, ormai, da troppo tempo e rappresenta la sgradevole eredità lasciataci, in egual misura, dai governi di destra e di sinistra.

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Eppure l’Italia, nonostante tutto, può vantare ottimi fondamentali, quali un deficit pubblico in costante miglioramento nei confronti del PIL o un avanzo primario di tutto rispetto.

Perché, allora, si è assistiti a quello che potremmo definire quale un vero e proprio crollo psicologico? Perché, allora, la crisi sembrerebbe averci colpito, con tutta la propria forza, soltanto quest’estate facendoci perdere la fiducia dei mercati e delle istituzioni?

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Il problema, spiace dirlo, è di natura politica piuttosto che economica.

Il problema è che i mercati e le istituzioni non hanno perso la fiducia nei confronti delle nostre capacità economiche, sebbene vi siano, come anticipato, difetti strutturali decisamente importanti e di difficile risoluzione, bensì nella nostra classe politico-dirigenziale che si ritiene non possa giungere sino alla propria naturale conclusione.

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La realtà dei fatti è che questo attuale governo, colpito come un macigno dalla sconfitta subita alle amministrative, non sa più in che direzione volgersi per cercare di far uscire dal paese.

Se, infatti, ieri non mancavano gli elogi all’Esecutivo, sia in campo nazionale che internazionale, per aver dato man forte a Giulio Tremonti e ai suoi rigorosissimi piani di austerity che, sebbene in maniera a volte confusionaria e molto spesso inorganica (consistendo il più delle volte in tagli indiscriminati delle maggiori voci di spesa pubblica), hanno contribuito, in maniera eccellente, alla tenuta dei conti pubblici in seguito alle difficoltà sorte a causa del crollo delle Borse del 2008, oggi nessuno, ragionevolmente parlando, è più intenzionato a dar fiducia ad un Esecutivo che cerca di tagliare i ponti con l’eroe Tremonti, improvvisamente divenuto troppo rigido (oppure troppo poco popolare a causa dell’aumento delle tasse che, pure, è necessario per cercare di sistemare definitivamente i conti? Si badi bene al fatto che Emma Marcegaglia, invisa al governo a causa del proprio appoggio a un certo tipo di politica fiscale da considerarsi tutt’altro che restrittiva, abbia proposto, in tempi non sospetti, l’applicazione di una tassa patrimoniale) e che non impedisce, ad alcuni dei suoi membri più rappresentativi, di tornare a parlare, con toni decisamente troppo accessi e tutt’altro che diplomatici, dunque invisi all’Europa che conta, di secessione da Roma ladrona.

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La domanda che molti si pongono, dunque, è questa: riuscirà l’attuale governo, diviso e frammentato in fazioni decisamente ostili l’una all’altra, a tenere sotto controllo il debito ed il deficit pubblico così come è riuscito a fare, in maniera eccellente, nel passato?

La risposta, se si guarda alle decisioni di Standard&Poor’s e Moody’s, è scontata e, purtroppo, non è affatto positiva.

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