Finanziamento pubblico ai partiti e rimborso elettorale

di Vito Verna Commenta

Come il finanziamento pubblico ai partiti, pur nato con le più onorevoli intenzioni, dissangua le casse dello Stato.

Il finanziamento pubblico ai partiti, più comunemente noto come rimborso elettorale, è uno di quegli argomenti molto delicati da trattare. Tra chi li condanna senza mezzi termini, chi li ritiene necessari e chi li approva senza pudore, c’è infatti una grande confusione che, certamente, non fa piacere all’elettore dal momento che i fondi necessari, affinché si finanzino i partiti italiani, provengono, precisamente, dalla tasse pagate, annualmente, da tutti gli italiani.

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La questione, come si può intuire, è sempre stata molto attuale ma siamo sicuri che, in questi giorni tumultuosi a causa delle imminenti dimissioni di Silvio Berlusconi e del suo definitivo ritiro dalla politica, troverà nuova e più ampia risonanza a causa della possibilità di elezioni anticipate che ci costringerebbero, in quanto popolo italiano, a dover sborsare un nuovo e sostanzioso rimborso elettorale.

Bisogna infatti saper che, sebbene il finanziamento pubblico ai partiti sia stato introdotto, a nome Flaminio Piccoli nel 1974, con le più nobili intenzioni, volendo in questo modo cercare di slegare i partiti da qualsiasi ingerenza industriale, economica o commerciale, ovverosia per evitare che si perpetrassero reati, quali quello di collusione tra i poteri forti ed i nomi rilevanti della politica e della finanza italiana ed internazionale, ai danni dello Stato e della collettività.

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La Legge Piccoli, nonostante avesse introdotto l’obbligo, per tutti i partiti, di dichiarare l’ammontare dei finanziamenti eventualmente corrisposti da importanti industriali in forma privata (che non poterono comunque superare una certa soglia), mostrò da subito molti punti deboli e, dopo alcune modifiche decisamente irrilevanti degli anni ’80, venne abolita, mediante referendum abrogativo, nel 1993.

L’anno successivo, comunque e con una larghissima intesa tra le forze di maggioranza e di opposizione, il finanziamento pubblico ai partiti venne reintrodotto con il nome di contributo per le spese elettorali, da applicarsi sin dalle successive elezioni del 1996 e per un totale di 47 milioni di euro per ogni legislatura.

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Nel 1997, però, la legge si trasformò nuovamente, assunse la denominazione di contribuzione volontaria ai movimenti o partiti politici e prevedette l’utilizzo, ai fini del rimborso elettorale, del famoso 4×1000 che, purtroppo, consentiva ai cittadini di erogare un sostanzioso contributo ai partiti (equivalente a circa 56 milioni di euro per legislatura) senza però poter decidere a quale specifico movimento destinare la propria contribuzione volontaria.

È dal 1999, con la legge n°157 del 3 giugno definita rimborso delle spese per le consultazioni elettorali e referendarie, che le norme in materia di finanziamento pubblico ai partiti hanno assunto la connotazione attuale.

Da allora, tramite successive, irrilevanti, modificazioni alla suddetta legge, lo Stato è tornato ad erogare un vero e proprio finanziamento pubblico ai partiti, nella misura di circa 470 milioni di euro e da suddividersi tra tutti i partiti o movimenti partecipanti ad elezioni politiche, amministrative o referendarie che siano ed ottenenti per lo meno l’1% delle preferenze.

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Soltanto nel 2002, con la legge n° 156 del 26 luglio, si cercò di trasformare il contributo da totale ad annuale, ovverosia equivalente a circa 190 milioni da corrispondersi il 31 gennaio di ogni anno e solamente per gli anni di legislatura conclusi.

Il provvedimento, purtroppo, non trovò la risonanza sperata dai promotori e, nel 2006 con la legge n° 51 del 23 febbraio, si ebbe la reintroduzione del finanziamento totale, da erogarsi in un’unica soluzione e senza considerare gli effettivi anni di permanenza in Parlamento dei partiti più rappresentati.

Oggi, dunque, in considerazione delle leggi vigenti e della situazione politica italiana degli ultimi anni, ci troviamo a pagare, in quanto cittadini, sia i quasi 500 milioni di rimborso elettorale della XV Legislatura sia i quasi 500 milioni di rimborso elettorale della XVI Legislatura.

Domani, dovesse il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano decidere di scogliere il Parlamento, ci troveremmo a pagare i circa 500 milioni di rimborso elettorale della XVII Legislatura.

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