Siamo gli ultimi a recepire il diritto comunitario

Ancora una volta l’Italia si guadagna il triste primato delle procedure d’infrazione aperte presso la Corte di Giustizia Europea: come accade ormai da sempre, il nostro Paese è il più lento a dare applicazione all’interno della nostra normativa alle scelte legislative partorite a Bruxelles.

Anche la Grecia e il Portogallo ci fanno compagnia in questa poco invidiabile classifica, ma non riescono a superare l’infelice primato italiano. Nella classifica, comunque, non sono considerati i Paesi dell’Europa centro-orientale recentemente entrati nella UE, che non possono ancora essere messi sullo stesso piano dei Paesi occidentali, visto che per gli ultimi arrivati la mole di arretrati da recuperare è immensa.

Taglio dell’IVA, difficile attuarlo in Italia

Nel Regno Unito si usa fare così. Sarà perché è una monarchia, o forse perché è un Paese che non ha mai amato le novità, ma i sudditi di Sua Maestà potranno godere, in concomitanza con le grandi spese natalizie, di un taglio netto della VAT (l’IVA nostrana) pari a 2,5 punti percentuali, facendo decrescere l’imponibile fino al minimo consentito dall’UE, ovvero al 15%.
Il Tremonti anglosassone, tale Alistair Darling, presenterà quest’oggi il suo piano fiscale nel corso del G-20 che si sta ora tenendo a Washington.

Ma come può uno Stato privarsi di così tanti introiti in questo momento di crisi acuta?
La risposta è semplice, e può apparire anche banale: le Sterline non incassate tramite VAT, verranno riscosse con l’innalzamento delle aliquote fino al 40-45% rispetto a quelle attuali, per tutti quei cittadini il cui reddito superi le 150mila Sterline annue, pari a 176mila Euro.

Verso il blocco dell’immigrazione

Il ministro degli Interni Roberto Maroni sta valutando di imporre per due anni il blocco totale sulla concessione dei permessi di soggiorno a favore degli immigrati extracomunitari. I motivi sono diversi, a partire dalle massicce regolarizzazioni degli ultimi anni fino ad arrivare alla pesantissima crisi economica di questi mesi che, secondo molti analisti, deve ancora produrre i suoi effetti più pesanti sulla nostra economia.

La legge Bossi-Fini, come noto, vincola la concessione dei permessi di soggiorno alla titolarità di un contratto di lavoro: poiché si prevede che nei prossimi anni, purtroppo, le imprese avranno i loro problemi a sopravvivere sul mercato e non mancheranno i tagli occupativi, sarà molto difficile che nuovi emigranti possano trovare lavoro in Italia.

Silvio Berlusconi odia il rosso

Da Montesilvano, in provincia di Pescara, il premier Berlusconi, lì per la campagna elettorale in vista delle votazioni regionali, ha attaccato duramente l’opposizione, in particolar modo Antonio Di Pietro, originario della zona, pricipale esponente dell’IDV e magistrato allorquando dovette indagare nel processo “Mani Pulite”.

Proprio questo processo, pur avendo accertato i reati di centinaia di politici dei tempi, con conseguenti condanne per i rei, è stato più volte accusato dallo stesso capo di governo di essere il responsabile del regresso economico del nostro Paese, il quale era riuscito ad assicurare il benessere ai propri abitanti grazie al pentapartito, poi smembrato e distrutto dal suddetto processo, che, sempre per il Primo Ministro, è stato solamente un’azione politica condotta contro la democrazia da magistrati faziosi, che avrebbero voluto consegnare la nostra Nazione nelle mani dei comunisti, portatori di terrore e morte.

Michela Brambilla contro il turismo pedofilo

Fra i protagonisti indiscussi dell’ultima campagna elettorale, Michela Vittoria Brambilla era di fatto uscita dalla scena politica negli ultimi mesi, sebbene avesse ottenuto un incarico di sottosegretariato alla presidenza del Consiglio con delega al turismo.

E proprio in tema di turismo, la fondatrice dei Circoli della Libertà è tornata a far sentire la sua voce, in occasione di una conferenza-stampa a Palazzo Chigi in cui ha presentato una meritoria campagna informativa dall’eloquente titolo: “E se fosse tuo figlio?”.

Il tema è drammatico e conosciutissimo, seppure le iniziative concrete per contrastarlo siano state finora molto scarse: si tratta della più ignobile variante del turismo sessuale, quella della pedofilia.

Testamento biologico, tra polemiche e sentenze – seconda parte

Al termine della sessione di bilancio, il tema del testamento biologico dovrebbe essere fra i primi a trovare spazio nelle discussioni parlamentari.

Al Senato sono state presentate negli ultimi mesi dieci differenti proposte di legge sottoscritte da altrettanti senatori di maggioranza e opposizione. Il relatore sul tema presso la commissione “Igiene e Sanità”, Raffaele Calabrò (PdL), è incaricato di individuare fra le dieci proposte quella che appare come la più condivisa e quindi da impiegare come testo-base per le successive discussioni.

Il senatore segnala come vi sia sopra ogni cosa la volontà unanime di arrivare al più presto ad una legge chiara e definitiva, poiché non è pensabile che in questi casi debba intervenire la magistratura, fornendo per di più volta per volta interpretazioni diverse sul da farsi in mancanza di un testo legislativo cui riferirsi.

Testamento biologico, tra polemiche e sentenze – prima parte

É un tema etico fra i più scottanti in assoluto. Non è assolutamente nuovo nel panorama politico italiano; ma non c’è dubbio che le tragiche vicende di Piergiorgio Welby prima e di Eluana Englaro oggi l’abbiano riportato più che mai all’attenzione dei media e della gente comune.
Si tratta del testamento biologico: un atto ufficiale con il quale una persona fisica, in grado di intendere e volere, dispone in vita di rinunciare ad ulteriori cure nell’ipotesi di successiva malattia o infortunio che mantenga in vita il corpo esclusivamente grazie alle macchine, senza nessuna possibilità di guarigione o miglioramento.

In Italia il tema è al centro di polemiche infuocate ormai da molti anni. L’articolo 32 della Costituzione sancisce il diritto alla salute di ogni cittadino, stabilendo contemporaneamente che “nessuno può essere obbligato ad un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge”.

Alitalia, molti i punti in sospeso

Sebbene la vertenza sui piloti abbia catalizzato l’attenzione dell’opinione pubblica, in realtà la difficile transazione che vede coinvolte in prima linea Alitalia, CAI, Governo e sigle sindacali deve districarsi fra diverse questioni di cui al momento la soluzione non appare ancora a portata di mano.

Per esempio, deve ancora trovare un definitivo chiarimento la travagliata questione del partner estero, cui dovrebbe essere affidata una quota di minoranza della nuova compagnia, fra il 10 e il 20% dell’azionariato, al fine di conferire solidità e credibilità alla nuova azienda senza togliere quella patente di italianità cui il Governo tiene tantissimo. Non si sa ancora però chi la spunterà nell’eterna lotta fra Lufthansa e Air France; e non si può nemmeno escludere che dal cilindro salti fuori un terzo concorrente ancora nell’ombra.

Nuova stagione di Grandi Opere

Sedici miliardi e settecento milioni di euro. Questa è all’incirca la cifra che il ministro delle Infrastrutture Altero Matteoli si appresta a spendere nei prossimi anni per rilanciare in grande stile un vecchio cavallo di battaglia del centrodestra: ammodernare l’Italia con opere pubbliche di rilevante portata, tali da consentire di ridurre il deficit strutturale che ancora ci separa dagli altri grandi Paesi europei.

Oltre all’aspetto “ideologico”, c’è chi sottolinea che un grande intervento pubblico smuoverebbe l’economia del nostro Stato proprio nel momento in cui ce n’è più bisogno, a causa della crisi globale. Si torna a Keynes, insomma, e al pesante intervento pubblico nell’economia.

In particolare, sono nove le grandi opere che il Governo si appresta a varare oppure a completare. Circa metà delle somme stanziate riguarderanno il Nord, in specie per rivedere la rete autostradale. Via libera, dunque, alla Pedemontana Lombarda, alla direttissima Milano-Brescia e alla nuova tratta fra Brescia e Padova, oltre al potenziamento della A15 nel tratto fra La Spezia e Parma.

Il PdL e il rischio-Bossi

Venerdì dovrebbe essere annunciato ufficialmente l’avvio dei lavori che porteranno allo scioglimento di Forza Italia. Il partito creato nel 1994 dall’attuale premier Silvio Berlusconi si avvia dunque a chiudere i battenti, per confluire nei prossimi mesi nel Popolo della Libertà, insieme ad Alleanza Nazionale e ad un nugolo di alleati minori (fra gli altri: le liste di Rotondi, di Giovanardi, di Dini e della Mussolini).

E tuttavia, pure in un momento politico in cui la maggioranza di centrodestra appare in grande spolvero, pare che qualche sassolino si sia inserito nell’ingranaggio. Sebbene dal premier in giù tutti lo abbiano minimizzato, sembra che il risicato 12% acquisito dall’intero PdL nelle elezioni in Trentino abbia destato qualche preoccupazione.

In effetti, in quella stessa occasione la Lega Nord ha sopravanzato i voti del partito di Berlusconi, e anche i sondaggi in Veneto confermano il movimento di Bossi come primo partito.
Addirittura, pare che a livello nazionale le intenzioni di voto a favore della Lega Nord sfiorino l’11%, ben tre punti in più rispetto alle elezioni di appena sei mesi fa. Sono in molti a ritenere che ciò si possa spiegare solo con il tradizionale e persistente radicamento nel territorio della compagine leghista.

Vigilanza RAI, Veltroni messo all’angolo

Se fosse una partita a scacchi, ogni osservatore direbbe che il re di centrosinistra è stato messo in un angolo, pericolosamente vicino a subire lo scacco matto.
La mossa magistrale, e per di più annunciata da tempo, compiuta dalla maggioranza di nominare a capo della commissione senatoriale di vigilanza sul sistema radiotelevisivo un esponente del PD scelto direttamente dal centrodestra ha avuto l’effetto di sparigliare le carte nel già vacillante rapporto fra il principale partito di opposizione e l’Italia dei Valori di Antonio Di Pietro.

Come noto, per mesi l’opposizione ha presentato compatta il nome di Leoluca Orlando (IdV) per quella carica, ma la candidatura è stata sempre osteggiata dalla maggioranza perché ritenuta di scarsa garanzia di equilibrio in una materia tanto delicata. Il PD, seppure con crescenti perplessità e frequenti richieste a Di Pietro di cambiare candidato (mai accolte), ha sempre ritenuto l’istanza proveniente dalla maggioranza come un inaccettabile diktat.

Infine, la maggioranza ha votato compatta per Riccardo Villari (PD), ritenendo con questo da un lato di chiudere una partita aperta da troppo tempo e dall’altro di assestare un colpo gravissimo alla leadership di Veltroni.

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